Burundi – Un viaggio nel cuore dell’Africa

Dal 25 ottobre al 4 novembre, alcuni volontari di Eccomi Onlus hanno intrapreso un viaggio solidale nelle terre del Burundi dove operiamo.

A tutti voi, cari lettori, vogliamo far conoscere le impressioni, i sentimenti, le emozioni provate da alcuni dei viaggiatori che hanno toccato con mano a realtà del Burundi…

Sveva: “Il mio primo viaggio in Burundi”

Siamo stati accolti a Muyinga da ODEDIM (Organizzazione per l’Assistenza e lo Sviluppo della Regione di Muyinga) e dalla Diocesi locale. Insieme abbiamo messo a punto un programma dettagliato per sfruttare al meglio le giornate tutte dedicate alla valutazione dei progetti avviati ed allo studio e alla programmazione di nuovi interventi nel campo sanitario, della formazione, delle adozioni a distanza, della scolarizzazione e del sostegno agli studi.

Quando ripenso alle emozioni vissute, alle giornate trascorse con Eccomi, a tutti i progetti visionati e a tutti quelli da realizzare, ai sorrisi dei milioni di bambini incontrati, alla professionalità degli operatori locali, alle donne sempre così desiderose di formazione e conoscenza, mi batte ancora forte il cuore. Sono stati giorni molto lunghi, abbiamo viaggiato per ore in Jeep su strade rosse sterrate e sconnesse, colti da frequenti temporali (siamo arrivati all’inizio della stagione delle piogge), fermandoci a visitare i centri sanitari locali, gli orfanotrofi, le scuole materne e secondarie, le cooperative delle donne. Viaggiando lungo le strade ai cui lati si svolge tutta la vita locale, dove tutto è costruito in legno e in fango, mentre la mente è rapita dal paesaggio circostante, dal verde lussureggiante delle piante, delle palme, dei manghi, degli arbusti di caffè, ecco che spuntano bambini. Il Burundi, sembra essere abitato interamente dai bambini. Bambini ovunque, nei canneti, nei bananeti, per strada e nei campi. Da lontano non si vedono, sono mimetizzati con l’ambiente che li circonda, ma quando sentono il rumore di una jeep si alzano in piedi per guardare chi passa e ti vengono incontro. Qui i bambini sono un tutt’uno con la terra e non hanno alcun futuro. Non hanno nulla e sono tanti, tantissimi, troppi. Qui tutto è povertà, la povertà fa parte del paesaggio, ed è una povertà estrema che non si può nemmeno immaginare. La vita delle persone è una fatica, un tormento che, nonostante tutto, sopportano con incredibile serenità e resistenza. Ed i bambini in particolare, che sono quelli che pagano le conseguenze maggiori di questa situazione, sorridono. Ti sorridono sempre.

Quei sorrisi, quegli sguardi, quegli occhi che diventano enormi per guardarti meglio, quello stupore nel vedere un Umuzungu, sono l’immagine più bella del Burundi, che mi porto nel Cuore. Nonostante la realtà così amara e dura, la miseria estrema, la sensazione che questa terra e queste persone siano dimenticate da Dio e dal resto del mondo e che nulla cambierà mai veramente, quello che mi resta dentro è la gioia, il sorriso, l’entusiasmo, i canti e i balli dei bambini e delle persone che abbiamo incontrato e l’affetto che ci hanno dimostrato. Forse perché in noi hanno visto una luce, una speranza.

Anna: “Visita al centro di salute Gasorwe”

Siamo arrivati a Gasorwe il 28 ottobre, a metà della mattinata, mentre nuvole nere si addensavano in cielo. Il nostro piccolo corteo attraversava un ampio spiazzo di terra battuta rossa circondato da bananeti verde  smeraldo.

Una bassa costruzione di mattoni rossi con porte simili a bocche scure, che introducevano in stanze silenziose e ombrose era davanti a noi: il Centre de santa di Gasorwe.

Ci è venuto incontro un giovane col camice bianco , un infermiere di nome Francois  alto, snello, col viso ridente. Ci ha fatto da guida nei diversi ambienti del centro. Negli stretti corridoi numerose panche ospitavano i pazienti in attesa di entrare nella saletta di accettazione  per il controllo dei parametri vitali, specie donne e bambini vestiti modestamente, seri e silenziosi nella penombra che celava in parte i lineamenti del viso.

La prima impressione è stata di disagio, gli ambienti, anche se puliti, erano arredati in modo approssimativo. Le pareti erano ingiallite e da lungo tempo non erano state ripulite. Il lavello era incrinato con scolature di sali marroni ormai indurite, le tubature incrostate e i pavimenti di cemento di colore scuro a macchie più chiare. Nell’ambulatorio, i pochi strumenti e i materiali presenti erano in ordine su scaffali con la vernice scrostata.

Nella farmacia, una stanzetta che riceveva luce da una piccola finestra, pochi antibiotici, antimalarici e pochi altri medicinali erano disposti in bell’ordine sugli scaffali dipinti di un celeste sbiadito.  Nel laboratorio sul bancone c’erano un piccolo microscopio, qualche scatolina di vetrini ,i coloranti e nient’altro. Nella sala parto una tenda modesta, di colore indefinito, nascondeva il lettino per le partorienti. Mi ha colpito il fatto che da noi queste sale sono tutte bianche, qui invece sono scure con i lettini neri  tutti senza lenzuola, il pavimento sbiadito e i secchi di plastica scoloriti. Nella sala cadeva acqua dal tetto che bagnava il pavimento formando chiazze di luce. Siamo usciti affranti, ma contemporaneamente ammirati dalla passione e dalla competenza di Francois.

Egli, dopo un primo imbarazzo, ha a lungo parlato dei disagi che giornalmente incontrava, senza un medico che potesse prendersi la responsabilità di fare diagnosi e terapia, senza strumenti e materiali. Tutto il centro è gestito da lui e altri 3 infermieri che coprono un bacino di utenza enorme.

Al ritorno, un sentimento di simpatia mi coinvolgeva verso questo giovane uomo e mentre ci allontanavamo sballottati dalle macchine sulla strada dissestata, pensavo: che razza di uomo è uno che dedica tempo e fatica  alla sua gente ricavandone scarso profitto e con minime possibilità di migliorare la propria e altrui situazione? Potrei chiamarlo un eroe, ma è un termine che mi sembra poco adatto, più semplicemente è un uomo appassionato del suo lavoro, capace di non cedere alle avversità senza porsi finalità di successo, come dovrebbe essere .Ciò che di tragico puoí abbattersi sulla  vita di un popolo è importante , ma non bisogna dimenticare che l’afflizione è sempre individuale e questo uomo non si fa prevaricare dalla ineluttabilità delle cose.

Ci sono giorni della vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare traccia; ma in questi luoghi e in questi pochi giorni in Burundi, la memoria si fissa fortemente nella nostra mente e genera consapevolezza di se e del mondo.

Marta: “Un viaggio dalle tante emozioni”

Il colore della terra, rossa, di un rosso tendente all’arancio che ricorda il colore delle dune del Sahara e che mi commuove per la sua intensità, mi riporta alle numerose immagini impresse nella mente di manine e piedini dei bambini dei numerosi villaggi che abbiamo visitato che, spesso scalzi e comunque a stretto contatto con la terra, sono appunto del suo stesso colore. I bambini sono tanti, tantissimi, girano in gruppetti, affollano le strade e ci corrono incontro appena ci vedono con i loro occhioni brillanti e  profondi e le loro risate di stupore perché, spesso per la prima volta, vedono “l’uomo bianco”. Molti di loro girovagano tutto il giorno insieme a fratellini e amichetti perché non tutti hanno la fortuna di andare a scuola per motivi di soldi o per incuria dei genitori e la differenza è lampante perché, rispetto agli altri, sono mezzi nudi e molto sporchi.

Abbiamo visitato alcune delle garderies (scuole per bambini da 3 a 5 anni), sostenute da Eccomi e situate in diversi villaggi della provincia di Muyinga, costituite per lo più da due aule abbastanza ampie con una grande lavagna alla parete e tanti tavolini tondi attorno ai quali troviamo i bambini che composti ci attendono e ci accolgono intonando delle canzoncine in francese e in kirundi. Questa accoglienza festosa è emozionante, mi emoziona e mi scalda il cuore. I bambini sono tanti e  indossano maglie, pantaloni e gonnelline scoloriti, scuciti, troppo stretti o troppo larghi, con sopra una felpa o un maglioncino altrettanto fuori misura, a volte le bambine indossano vestitini che sembrano quelli delle principesse che da noi mettono a carnevale, fatti di tulle, raso, merletti, con colori accesi, sempre un po’ malmessi e macchiati, loro comunque sembrano delle meravigliose principesse di una dolcezza infinita. Molti di loro come cartella hanno una bustina spesso di plastica in cui infilano il loro quaderno. Facciamo foto e video con i nostri smartphone, loro si mettono in posa felici di essere ripresi e nel riguardarli ammirano lo schermo divertiti come fosse una magia sconosciuta. Diamo a ciascuna classe caramelle e un pallone. Il pallone sembra il regalo più gradito poiché è costoso e non è facile trovarne e spesso si vedono bambini giocare con palle fatte da loro con stracci raccolti in una rete. Nella garderie di Tangara i maestri fanno uscire i bambini dalle aule per farli disporre in cerchio così da poter distribuire più facilmente le caramelle, uno ad uno ricevono la loro caramella che spesso capiamo non hanno mai visto perché qualcuno inizia a succhiarla con la carta. 

La compagnia allegra, gioiosa, pura e nutriente dei bambini con le loro risate, le loro grida e il loro entusiasmo riesce ad allontanare il pensiero dalla miseria e dalle enormi ingiustizie sociali che segnano il Paese.

 

Un viaggio di speranza…
Un viaggio che ci mette di fronte sempre grandi difficoltà…
Difficoltà che grazie al vostro aiuto sempre più contrastiamo…

Grazie…

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