Carta di Trento per una migliore cooperazione internazionale

Premessa

 Gli obiettivi del millennio

La Dichiarazione del Millennio dell’ONU sollecita i governi a perseguire obiettivi che assicurino lo sviluppo umano globale. La società civile deve fare una costante pressione affinché le nazioni mantengano le promesse e, nel contempo, deve adoperarsi per fare proprie le priorità e le attenzioni proposte dalle Nazioni Unite.

Per questo la Carta di Trento segue i temi posti in agenda dalla Campagna del Millennio: il 2008 è stato dedicato all’Ottavo Obiettivo del Millennio (lavorare per una partnership globale) ed il 2009 ha focalizzato il Settimo Obiettivo (assicurare la sostenibilità ambientale). Il percorso è a ritroso. Un obiettivo all’anno, fino al 2015, anno in cui ci prefiggiamo di ridurre drasticamente la povertà.

LA CARTA DI TRENTO

Il mondo è cambiato. La Carta di Trento è un tentativo di rilettura del tempo presente per ripensare assieme, nei suoi aspetti essenziali ed identitari – al di là della contingenza normativa e dell’esigenza di una nuova legge in materia – la “cooperazione allo sviluppo”. È, questo, un movimento che avvertiamo in più luoghi, a segnalare un’esigenza difficilmente eludibile. Abbiamo, dunque, tentato di delineare alcuni tratti che a noi sono parsi fondamentali per dare forma alla “cooperazione che vorremmo”: ad una nuova visione e ad una nuova pratica della cooperazione. Tratti, a cui altri potrebbero essere aggiunti, che auspichiamo siano tradotti, in futuro, in esplicite indicazioni normative.

Metodologicamente, il testo che segue è l’esito di un’elaborazione comune, avvenuta tra attori di cooperazione internazionale impegnati a diverso titolo nell’attività di solidarietà internazionale.

I promotori della Carta di Trento

Fare sistema per una migliore cooperazione internazionale

1. Leggere il presente: una cooperazione che rifletta ed agisca

In un mondo che corre a ritmi sempre più rapidi, segnato da continue dinamiche di cambiamento, l’approccio e le modalità di intervento (culture e strumenti) dell’azione nongovernativa e governativa in materia di cooperazione allo sviluppo risultano spesso inattuali. Accade di non avere spazio per pensare la propria azione, e nemmeno per aggiornare/sintonizzare il pensiero (e, di conseguenza, l’azione) al mondo. Occorre, allora, rafforzare la dimensione della ricerca e della formazione per produrre teoria e valorizzare le esperienze. Istituendo luoghi, dentro le organizzazioni e tra le organizzazioni che si occupano di cooperazione, in cui elaborare la filosofia di intervento ed il senso dell’azione, muovendo dalla lettura critica e dalla comunicazione delle pratiche messe in atto. Luoghi in cui coniugare riflessione e azione come cardini di un identico processo. Affinché ciò sia possibile, sono necessari quadri e strumenti normativi, nonché linee di finanziamento, a supporto: una legge sulla cooperazione, associata a regolamenti e programmi, in sintonia con i tempi.

2. Riguadagnare il mondo: una cooperazione dialogica e non autoreferenziale

L’inversione tra mezzi e fini pare caratterizzare l’azione di parte del mondo della cooperazione internazionale, dove le organizzazioni tendono ad essere, comprensibilmente, concentrate sulla salvaguardia della propria sussistenza, anziché sulla promozione sociale nelle comunità. È possibile ri-acquisire, allora, uno sguardo non autoreferenziale, rivolto verso l’alterità, verso l’esterno, verso il mondo? Un primo movimento per uscire dall’autoreferenzialità implica il misurarsi non solo con la coerenza ai principi che costituiscono la propria visione del mondo e ispirano la propria azione, ma anche con i risultati e l’impatto effettivo della propria azione sulla realtà. Il processo di valutazione, come processo di verifica e attribuzione di significato/valore, diviene, in quest’ottica, centrale. L’esigenza di confrontarsi col mondo richiama uno sguardo che delinea una cooperazione dialogica (che ponga in dialogo soggetti, luoghi, linguaggi) e dialettica (che tenga in sé la differenza ed il conflitto come potenziale dato costitutivo dell’interazione), dove le relazioni siano costitutive.

3 Investire nel capitale: umano e sociale

Dare centralità alle relazioni significa inoltre riconoscere e valorizzare nelle organizzazioni di cooperazione internazionale e nei territori un forte capitale umano e sociale, nel quale investire per l’esercizio di una cittadinanza consapevole. È opportuno superare la dicotomia tra “comunità di donatori” e “comunità in cui si interviene”, in un’ottica di partnership: cooperare è abitare il presente, con la consapevolezza che le sfide contemporanee si affrontano efficacemente solo attivando processi interni di animazione sociale. È perciò necessario lavorare, in un reciproco rispecchiamento che annulla i confini tra “interno” ed “esterno”, alla trasformazione sociale tanto delle nostre comunità, quanto di quelle dei paesi con cui si coopera. La centralità della relazione rimanda alla centralità della persona, posta alla base del concetto di sviluppo umano, quale soggetto capace di relazione che, nella reciproca autonomia delle parti coinvolte, generi cambiamento.

4. La comunità al centro: una cooperazione di qualità, svincolata dall’economicismo

La cooperazione internazionale dipende, in larga parte, dal finanziamento pubblico allo sviluppo. È indubbio che, senza risorse finanziarie, non sia possibile agire. E che l’ancoraggio al finanziamento pubblico, da incrementare e al contempo da rivedere nella gestione istituzionale secondo un assetto più efficace, attuale, bilanciato, costituisca un riconoscimento del carattere politico della cooperazione internazionale. Ma il vincolo finanziario, sebbene effettivo, rischia di assumere l’aspetto di una semplificazione fuorviante, che evita una problematizzazione più radicale. Si ha l’impressione, talvolta, che la cooperazione “si vincoli”, prima di essere vincolata, all’esigenza di risorse finanziarie. Nella convinzione che fare buona cooperazione non dipenda esclusivamente da un maggiore stanziamento del PIL, è quindi opportuno interrogarsi sull’importanza di attivare risorse locali e di coinvolgere le comunità partner. Senza questo passaggio, si inclina verso un’inevitabile unidirezionalità ed inefficacia dell’intervento, col conseguente rischio di impoverimento sociale delle realtà coinvolte. Occorrono passi in direzione di una cooperazione che abbandoni il paradigma della crescita economica per approdare ad un’idea e ad una pratica di sviluppo co-promosso dalle comunità partner, includente parametri di qualità della vita, scelti dagli individui e dalle comunità sulla base dei propri valori e priorità.

5. I diritti nella responsabilità: oltre la logica dei bisogni

Il mondo della cooperazione internazionale rappresenta se stesso attraverso i media e nel linguaggio ufficiale come un insieme di “donors”. Donatori di beni materiali (strutture) e immateriali (democrazia e sviluppo). Ma, soprattutto, rischia di percepirsi come tale nell’agire cooperativo e solidale, alimentando un rapporto asimmetrico con l’alterità, ridotta – e talvolta offesa – nella sua essenza identitaria ad “essere bisognoso” di qualche cosa, ad essere non autosufficiente e non autonomo, sviluppando una sindrome che impedisce l’immaginazione del futuro e l’autopromozione sociale. È doveroso lavorare su questa asimmetria.

Sulle implicazioni di una relazione di reciproca dipendenza. Sulle ambivalenze e sulle ombre dell’“umanitario”. Per farlo, occorre una svolta di tipo culturale: la logica del bisogno implica la logica dell’aiuto (nelle sue varianti più o meno raffinate), a scapito della logica dei diritti. Ricondurre il fondamento della cooperazione alla logica dei diritti significa, invece, inscrivere l’azione cooperativa nella dimensione politica, luogo deputato ad affrontare le sfide poste dagli squilibri e dalle ingiustizie mondiali. Significa, inoltre, considerare ogni territorio, per quanto impoverito, portatore di ricchezza in termini di saperi, tradizioni e culture, prima che di beni materiali, ponendo il tema della riappropriazione democratica delle risorse e dunque dell’autogoverno.

6. Entrare in relazione: una cooperazione oltre l’emergenza e accanto ai conflitti

La cooperazione internazionale fatica ad esprimere relazioni tra luoghi e volti. Pare essere in sintonia con un tempo, il nostro, che arranca nel valorizzare, attivare ed alimentare logiche di processo, di continuità, di tessitura, di durata e predilige, invece, interventi occasionali ad apparente alta efficacia.

Si configura così una cooperazione “a tempo determinato”, segnata da scadenze progettuali, dalla dimensione quantitativa delle molteplici occasionali relazioni, di volta in volta innescate sull’onda dell’emergenza. Per ri-orientare l’azione cooperativa alle proprie finalità, è essenziale riacquisire il tempo del processo (la relazione) sul tempo del progetto (l’azione).

Presupposto e, al contempo, esito fondamentale di questa riacquisizione è il generarsi della fiducia tra le parti coinvolte. Intendere la cooperazione internazionale come processo di mediazione e trasformazione sociale, prima che come intervento di aiuto allo sviluppo, implica inoltre collocare il tema della gestione nonviolenta dei conflitti al cuore dell’attività di cooperazione. Non può esserci sviluppo senza pace. Così come non può darsi pace senza giustizia; ovvero, senza delicato contatto con la violenza diretta, strutturale e conflittuale che segna la vita, la verità e la memoria degli individui e dei luoghi.

7. Cooperare al plurale: riconoscere il pluriverso degli attori e delle forme

La cooperazione allo sviluppo italiana non è più un’esclusiva della dimensione governativa, sul piano istituzionale, né delle ONG formalmente riconosciute, sul piano nongovernativo. E, forse, neppure un’esclusiva del mondo non profit. Altri soggetti istituzionali (gli Enti Locali e Regionali, le Università), altri soggetti nongovernativi (associazionismo, onlus, fondazioni, commercio equo e solidale, microcredito, turismo responsabile e anche mondo del lavoro, imprese, economia solidale, associazioni di migranti) negli ultimi venti anni si sono affacciati al mondo della cooperazione, abitandolo a pieno titolo. Occorre riconoscere, formalmente e sostanzialmente, il pluriverso degli attori di cooperazione e solidarietà internazionale, che agiscono secondo diverse forme e specificità (cooperazione internazionale allo sviluppo, cooperazione decentrata, cooperazione comunitaria, azioni di solidarietà), raccogliendo la sfida dell’interconnessione e della ricerca di significati comuni.

8. Oltre la rete: costruire visioni d’insieme nel fare cooperazione

Uno sguardo al panorama della cooperazione internazionale, nelle sue diverse forme, restituisce l’impressione di una realtà composta da reti di organizzazioni, verticali e orizzontali, che risultano frammentate e non comunicanti, sia nella dimensione intra-organizzativa che inter-organizzativa. Reti in cui è improbabile rintracciare la specificità degli attori (quale il compito di un’istituzione nel fare cooperazione? quale l’apporto della dimensione nongovernativa? quale il ruolo dei governi?), confusa in un indistinto “intervenire” caratterizzato, sia a livello politico sia a livello operativo, da sovrapposizioni, inefficacia, improduttività. Quando non da distorsioni strutturali: la cooperazione come aiuto agisce da balsamo su ferite indotte, nei luoghi e nelle persone, dallo stesso mondo che produce anche l’ingiustizia. Labile, da costruire e rafforzare, è la coerenza delle politiche pubbliche nazionali in tema di sviluppo, cooperazione internazionale, politica estera. Le reti disegnate sulla carta, e perciò fragili, appaiono come un insieme di punti sconnessi nell’operatività perché privi di linee che li colleghino nella pluralità dei linguaggi, in uno sguardo d’insieme. Ad invertire questa tendenza, occorre arretrare dall’azione diretta per aprire spazi di lavoro, tavoli di integrazione, in cui tracciare connessioni, costruire visioni d’insieme e coerenza di intervento, nell’approccio e nell’operatività. Muovendo oltre la dimensione locale e nazionale, verso un quadro di progressiva europeizzazione.

9. Guardando al futuro: una cooperazione sostenibile e responsabile

La vita dell’uomo dipende da beni e servizi forniti dagli ecosistemi naturali. Una visione d’insieme e un efficace approccio sinergico sono centrali anche nella salvaguardia delle funzioni e dei processi esercitati dall’ambiente, affinché il diritto di scegliere una vita lunga, salutare e creativa sia garantito anche per le future generazioni in un’ottica di sviluppo umano sostenibile. È importante una maggiore attenzione ai temi ambientali nella pratica della cooperazione allo sviluppo, per ripristinare, ove possibile, funzionalità ambientali compromesse e salvaguardare quelle ancora integre. Per questo è necessario che i programmi di cooperazione siano basati su una maggiore consapevolezza delle pressioni sull’ambiente (quali, a titolo di esempio, deforestazione, riduzione di habitat naturali, inquinamento, erosione e salinizzazione dei suoli, sovrasfruttamento delle risorse) e delle opzioni per affrontarle alle varie scale spazio-temporali (sempre a titolo di esempio: fonti rinnovabili, uso efficiente delle risorse, pianificazione dell’uso del territorio).

Questo richiede un’attenta integrazione fra saperi e pratiche tradizionali con conoscenze e tecnologie recenti la cui applicazione dovrà promuovere l’accesso equo ai servizi di base, garantendo al tempo stesso la produzione e la capacità di partecipazione sociale. Parallelamente è indispensabile una positiva integrazione e comunicazione fra il piano locale, dove si sperimentano gli effetti degli interventi sull’ambiente, e i vari livelli istituzionali, dove sono prese decisioni e formulate politiche di intervento e gestione ambientale.

10. Il senso del limite: una cooperazione sperimentale, fallibile, partecipata

È auspicabile che alcuni ambiti di particolare fragilità sociale e culturale siano avvicinati e trattati tramite processi sperimentali e reversibili, a forte valenza di partecipazione delle società locali. Quando si ha a che fare con gli effetti delle politiche migratorie internazionali, con l’impatto delle regole del commercio internazionale, con l’esito dell’azione delle agenzie internazionali, la capacità di mobilitare la società civile/opinione pubblica per incidere sulle decisioni finali dello stato nel quale si opera e la capacità di arrestarsi sulla soglia dell’ingerenza in nome dell’aiuto può risultare più efficace, per il cambiamento e lo sviluppo umano sostenibile, dell’ottenere maggiori finanziamenti per gli interventi.

La sostenibilità ambientale per una migliore cooperazione internazionale

Pensieri verdi

Premessa La cooperazione internazionale che vorremmo promuove un’idea di sostenibilità ambientale forte, volta a preservare lo stocknaturale, garantendo equità intra e inter generazionale, oltre il paradigma antropocentrico. I percorsi di cooperazione internazionale richiedono un grandangolo che sappia vedere (quantificare e qualificare) l’ambiente circostante per non gravare ulteriormente sull’equilibrio di un determinato territorio.

Rischio La natura, nelle sue varie componenti, è la condizione di vita dell’uomo sulla terra. Tra qualche tempo, se non si procede ad una reale ed urgente attivazione politica rispetto ai temi ambientali, potrebbe essere irrimediabilmente compromesso il patrimonio naturale. A tal fine è utile capovolgere culturalmente il “paradigma della predazione” in quello della conservazione e della rigenerazione delle ricchezze naturali, partendo dalla consapevolezza della fragilità dell’uomo che abita la terra, in uno spazio limitato ove le risorse sono distribuite in modo iniquo. La presenza umana si caratterizza, in ambito naturale, per il potere di scelta collettivo, capace di re-direzionare le tendenze distruttive.

Immaginario La cooperazione necessita di un “pensiero planetario”, da sostituire al “pensiero unico”, in grado di re-immaginare il rapporto uomo-ambiente nell’era dell’interdipendenza. Urge “un’ecologia della mente”, che sappia liberarsi dalle categorie del passato, evolvendo le mappe concettuali. Lavorare sul rapporto cooperazione-ambiente significa non solo promuovere una maggiore e migliore sensibilità culturale nei confronti dei temi ambientali, ma soprattutto alimentare l’immaginario sociale sottostante, generando diverse rappresentazioni e visioni del rapporto tra essere umano, ambiente naturale e spazio abitato (affinché ad esempio gli habitat naturali siano riconosciuti anche come altrui habitat culturali). Assieme al pensiero, all’etica e alla pratica, occorre ri-attivare l’immaginazione collettiva per vedere orizzonti futuri non predatori nei confronti dell’ambiente naturale.

Cura Ripensare la cooperazione internazional in termini di sostenibilità ambientale implica una transizione teorica dall’etica dell’aiuto all’etica della cura. Assumere l’atteggiamento della cura significa riconoscere la reciproca relazione degli esseri viventi nello spazio (attenzione e responsabilità verso il mondo) e nel tempo (attenzione e responsabilità verso le generazioni future), transitando da una logica di sfruttamento ad una di conservazione e rigenerazione delle risorse. Quest’ultima è volta a realizzare capitale a beneficio delle comunità, tramite il mantenimento/ rinnovamento dei servizi ecosistemici e tramite la massima promozione di autosviluppo dei territori. L’ “aver cura del mondo” richiede un presupposto: la questione ambientale, nel fare cooperazione internazionale, non è un argomento per specialisti, ma un tema trasversale che riguarda tutti e tutte le “relazioni internazionali”.

Interdipendenza La tutela ambientale interseca interessi economici e di potere tra i Nord e i Sud del mondo. Non si tratta di estendere né di trasferire un modello di conservazione ambientale, ma di rivedere e praticare ovunque le complesse relazioni tra ambiente, produzione e sviluppo, in un’ottica che salvaguardi i sistemi locali centrati sulle specificità e sulle risorse naturali dei luoghi.

Il mondo della cooperazione internazionale, in dialettica e non in antagonismo col mondo della produzione, può assumere un rilevante ruolo di mediazione tra le imprese economiche e i territori.

Conflitto I conflitti ambientali sono all’ordine del giorno nell’agenda politica. Sono sia punti controversi che occasioni per tessere relazioni tra mondi diversi.

La cooperazione che vorremmo abita i conflitti e apre tavoli di dialogo con la comunità internazionale, gli stati ed i territori, in termini non collusivi con progetti di sfruttamento illimitato dell‘ambiente. Si oppone ai tentativi di criminalizzazione delle popolazioni indigene e di qualunque soggetto individuale o collettivo che resista a logiche predatorie nei confronti di diversità naturali e culturali, ma ancor di più vive il conflitto ed opera per garantire ai diversi soggetti che abitano il territorio il potere di governancedello stesso.

Temi verdi

  • Garantire la sostenibilità ambientale richiede di considerare ed affrontare nei programmi di cooperazione internazionale alcune questioni, tanto controverse quanto ineludibili:
  • l’utilizzo delle risorse naturali: suolo, sottosuolo, idrosfera, foreste, biodiversità;
  • la salvaguardia dei servizi ecosistemici (prodotti e funzioni della natura che vanno a vantaggio dell’umanità, come ad esempio un sistema di filtraggio naturale in grado di purificare l’acqua o, ancora, una riserva forestale capace di riciclare rapidamente grandi quantitativi di anidride carbonica), a livello globale e locale;
  • l’energia e l’impatto ambientale: le fonti rinnovabili, le emissioni e i consumi, l’impatto della produzione;
  • la vulnerabilità e l’esposizione a rischi ambientali delle comunità (es. catastrofi naturali);
  • l’adattamento e il cambiamento climatico: la desertificazione e i suoli agricoli, la diffusione di condizioni patologiche per la salute umana;
  • i fattori ambientali e la povertà urbana e rurale: gli slum, l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari di base, la sicurezza alimentare, la diffusione di malattie;
  • il degrado dei sistemi naturali: la produzione di rifiuti, l’inquinamento atmosferico, delle acque e dei suoli;
  • gli eco-profughi: l’esistenza di flussi di persone costrette a migrazioni forzate in conseguenza dei mutamenti climatici e della progressiva desertificazione del suolo.

Orientamenti verdi

  • Fare cooperazione internazionale contribuendo a garantire la sostenibilità ambientale suggerisce i seguenti passaggi.

Assumere come linee guida per l’azione:

  • la diffusione della conoscenza e della consapevolezza, nel mondo non governativo,
  • dei temi ambientali secondo quanto riportato nelle Carte internazionali;
  • il rafforzamento, sul piano culturale, di un approccio sistemico e multi-disciplinare nei programmi di cooperazione internazionale, che ponga in rilievo le connessioni tra ambiente naturale e sfera socio-economica e protegga le culture e civiltà locali come patrimonio dell’intera umanità;
  • la riappropriazione, da parte dei territori, del tema dello sviluppo e della gestione ambientale, mediante processi partecipativi in accordo con le politiche internazionali, al fine di evitare il rischio di sfruttamento e il rischio di un rinnovato colonialismo di stampo ambientale.

Assumere come strategie d’azione:

  • l’integrazione tra piano locale, nazionale e internazionale delle politiche ambientali (contenuti delle conferenze e delle carte internazionali: Rio de Janeiro 1992, Johannesburg 2002, Protocollo di Kyoto 2007, Decennio dell’educazione per lo sviluppo sostenibile 2005-2014, ecc.);
  • l’apertura di spazi di confronto e partecipazione sociale nei territori sulla gestione ambientale e la pianificazione territoriale (ad esempio Agenda 21 e principi della Carta di Aalborg);
  • lo sviluppo di una comunicazione pubblica in tema di ambiente, accessibile linguisticamente e comprensibile nei significati delle azioni intraprese;
  • l’introduzione di criteri di sostenibilità ambientale tra i requisiti per la selezione dei progetti di cooperazione internazionale, anche attraverso l’utilizzo integrato di strumenti quali la VIA (valutazione di impatto ambientale) e la VAS (valutazione ambientale strategica) su scala territoriale;
  • la valutazione della governanceambientale in rapporto a processi di trasparenza gestionale (fenomeni di corruzione, ecomafie, ecc.) e il sostegno al bilanciamento di potere nella partecipazione alle decisioni relative alla gestione dell’ambiente e del territorio;
  • la costruzione di progetti sperimentali a sostegno di fonti energetiche rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico, ecc.) ed uso efficiente delle risorse naturali (acqua, legna ecc.);
  • il rafforzamento della rete e del partenariato, volto a scambiare buone prassi nella gestione ambientale, sia tra i molteplici contesti locali (Nord e Sud del mondo) sia tra le diverse tipologie organizzative (istituzioni di governo locale e nazionale, università, imprese, società civile organizzata);
  • l’attenzione ad integrare i saperi tradizionali con lo sviluppo tecnologico in direzione di una congiuntura produttiva tra scienza, culture locali e tecnologia;
  • la quantificazione del capitale naturale per valorizzare economicamente gli interventi di conservazione ed integrare la gestione delle aree protette con lo sviluppo locale;
  • la promozione dell’educazione ambientale e delle buone prassi, che valorizzino la possibilità di un rapporto positivo tra essere umano ed ambiente naturale, anche nelle sue valenze estetiche (come, ad esempio, il turismo responsabile).

LA WORLD SOCIAL AGENDA (WSA) Promossa dalla Fondazione Fontana onlus è un programma di eventi, appuntamenti, laboratori e iniziative rivolti alla società civile, alle scuole e agli enti locali del Veneto e del Trentino Alto Adige. Dal 2008 fino al 2015, intende promuovere riflessioni ed indicare azioni per contribuire al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite, in un viaggio a ritroso che parte dall’ottavo Obiettivo per arrivare al primo. Il 2009 è dedicato al tema della sostenibilità ambientale (settimo Obiettivo del Millennio). Il dibattito avviato dalla Carta di Trento affronta quindi come una migliore cooperazione internazionale passi anche attraverso una maggior attenzione della dimensione ambientale.